Articoli di Giovanni Papini

1904


Una nazione di giudici

Pubblicato su: Il Regno, anno I, fasc. 20, p. 2
Data: 10 aprile 1904




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   Da qualche tempo l'Italia per mezzo dei giornali, degli scandali, dei processi e dei misteri, è sottoposta ad una educazione giudiziaria e inquisitrice.
   La giustizia non abita più soltanto le aule severe dei templi di Temi, propizie ai voli dei tenori penalisti, ma è scesa ad abitare nelle redazioni dei giornali d'un soldo e nelle salette dei circoli clandestini. L'istruttoria non è più il compito di un detective governativo pagato coi denari dello Stato e munito di carte ufficiali, ma è divenuto quello di un reporter girovago o di un assiduo senza occupazioni. Ci sono degli accusatori pubblici e dei pubblici difensori, della gente che porta in pubblico i documenti della propria innocenza o si difende sulle colonne delle riviste invece che sugli scranni dei tribunali, dei processi nei quali i giurati fanno da comparse e il popolo da giudice, delle inchieste fatte da privati e degli affari privati portati per forza alla tribuna pubblica. L'Italia diviene un popolo di accusatori e difensori gratuiti, una nazione di giudici volontari e di legulei pieni d'ignaro ardore.
   I processi Palizzolo, il mistero Rosada, il delitto Murri hanno dato ai lettori e agli scrittori dei giornali delle attitudini da magistrato e d'agenti di polizia. Gli Italiani si sono istruiti sulle pene e sui misfatti, hanno accoppiato la conoscenza delle turpitudini con quella del codice. Hanno imitato perfino Sherlock Holmes e Conan Doyle è passato dalle riviste per famiglie ai giornali per tutti.
   E alle cose private si sono aggiunte le pubbliche: il succhionismo della marina e lo scandalo Nasi hanno giovato enormemente alla cultura del giacobinismo che s'avanza. Il popolo divien sovrano dì fatto e vuol frugare nelle tasche dei suoi impiegati. Come i vecchi imperatori, vuol far giustizia da sè, e fa da giudice istruttore aspettando il momento per far da carnefice.
   Così gli Italiani si sostituiscono a poco a poco alla giustizia e ritengono questa soltanto esecutrice dei loro ordini. Invece di pochi giudici sapienti ed austeri abbiamo un popolo di volgari inquisitori in cerca di scandali, e si capisce senza fatica come questa educazione giudiziaria degli Italiani non giovi nè agli Italiani nè alla giustizia.
   Invece di esercitare le nostre forze in più grandi imprese ci gingilliamo colle nostre piccole virtù non attive e neppure passive, ma aggressive e distruttrici. Ci abituiamo alla perpetua malignità e al sospetto obbligatorio. Invece di costruire qualcosa in questa Italia dove gli imperatori vengono per visitare le rovine, noi troviamo l'unico diletto nella diffamazione quotidiana e nell'accusa universale.
   Un popolo che vive unicamente della scomparsa di una vecchia signora, dell'assassinio misterioso di un conte o delle ruberie di un ministro dà l'idea di una nazione di portieri stupidi o maligni che non si interessino che dei ripeschi del vicinato e non guardino al di là della cantonata.
   L'Italia è a questo punto. mancandole i forti e vasti fatti della grande vita s'è ridotta a chiacchierare sui piccoli fatti della mala vita.


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